Recensione: “Slow Productivity” di Cal Newport
Probabilmente molti di voi conosceranno già Cal Newport, autore americano di testi di sviluppo personale e consapevolezza digitale quali "Deep Work" e "Minimalismo Digitale". Il suo ultimo libro, pubblicato in Italia nel 2024, ruota attorno al concetto di "Slow Productivity": un metodo e un sistema di pensiero per organizzare il lavoro di tipo intellettuale in modo efficace e sostenibile nel tempo e per chi lo applica. Esso si basa sul rifiuto della frenesia e del sovraccarico di attività, vedendoli come ostacoli al perseguimento dei propri obiettivi anziché come ragione di orgoglio e manifestazione del proprio impegno professionale – come spesso avviene negli ambienti di lavoro caratterizzati dalla hustle culture.
Cal Newport propone inoltre un ulteriore spunto di riflessione: per quelle attività lavorative dove le persone non producono output concreti e lavorano piuttosto con le loro competenze intellettive (ossia le attività portate avanti dai Knowledge Workers, cit. Peter Drucker), come si fa a misurare e monitorare la produttività del singolo? In assenza di strumenti condivisi e obiettivi chiari, un’abitudine corrente consiste nella pseudo-produttività, ossia considerare l’attività visibile come manifestazione preferenziale della produttività effettiva: per questo il dipendente che risponde rapidamente alle mail, che si mostra sempre impegnato su più attività diverse (anche se alla fine dei conti non ne porta a termine nessuna), che corre da una parte all’altra dell’ufficio con atteggiamento trafelato, che rinuncia alle pause caffè per timore di rimanere indietro con il lavoro viene considerato più produttivo del dipendente organizzato, che “difende” i suoi momenti di lavoro intenso dall’invasione delle notifiche e delle distrazioni, che si prende le sue pause per ricaricare le energie e lavorare in modo più efficiente.
La pseudo-produttività, così come definita dall’autore, è estremamente nociva per la vera efficacia sul luogo di lavoro per una serie di motivi: innanzitutto perché privilegia le attività superficiali ma immediatamente visibili (il cosiddetto shallow work) a quelle che portano davvero un valore aggiunto e che sono alla base del raggiungimento degli obiettivi (deep work); in secondo luogo perché porta alla demotivazione dei collaboratori davvero coinvolti e in grado di apportare contributi significativi e di qualità; e in ultima istanza perché, quando è abbinata a strumenti di lavoro e di comunicazione portatili, il risultato è un ciclo di lavoro infinito che va ben oltre il canonico orario e rischia di fare sentire i dipendenti iper stressati o addirittura vicini al burnout. Ma la pseudo-produttività è davvero inevitabile?
In questo libro, Cal Newport propone un’alternativa più sostenibile e umana: la produttività lenta, ossia un approccio al lavoro caratterizzato da una chiara visione sugli obiettivi da raggiungere e, allo stesso tempo, da una spiccata consapevolezza nei confronti delle proprie risorse esauribili – energie mentali, sforzi cognitivi… e naturalmente il tempo!
“Abbracciare la slow productivity significa riorientare il proprio lavoro in modo che sia una fonte di significato anziché di sopraffazione, pur mantenendo la capacità di produrre risultati di valore, offrendo un modo più umano e sostenibile di integrare gli sforzi professionali in una vita ben vissuta.”
E voi avete mai pensato di affrontare la vostra quotidianità in ufficio con una visione più sostenibile e “slow”? Lo vedete fattibile all’interno del vostro ambiente di lavoro, anche se solo limitatamente al perimetro di attività su cui avete responsabilità e potere decisionale?
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