Recensione: “L’attenzione rubata”, Johann Hari
Il saggio “L’attenzione rubata. Perché facciamo fatica a concentrarci”, pubblicato nel 2023, indaga un problema sotto gli occhi di tutti: la progressiva e inarrestabile riduzione della capacità umana di prestare attenzione in modo esclusivo e per periodi di tempo significativi. Secondo l’autore, non si tratta di una difficoltà isolata e individuale dovuta, come spesso si crede, alla scarsa forza di volontà del singolo o a un utilizzo eccessivo dello telefono, bensì di un problema strutturale e sociale endemico nella cultura e nello stile di vita del primo mondo. Nel volume, Johann Hari descrive nel dettaglio i fattori culturali e sociali che hanno portato a un contesto in cui diventa sempre più difficile sostenere un livello di attenzione profondo e prolungato.
I fattori che minacciano la nostra attenzione
L’autore dedica ogni capitolo del libro a una delle cause che, a suo parere, sono alla base della perdita generalizzata dell’attenzione che stiamo sperimentando oggi. Tali fattori sono:
Aumento della velocità, switching e filtering
Paralisi degli stati di flusso
Perdita della capacità di lettura prolungata
Esaurimento fisico e mentale
Riduzione e scomparsa del mind wandering
Tecnologia che ci manipola
Ottimismo crudele
Aumento dello stress
Peggioramento dello stile di vita: alimentazione scorretta e inquinamento
Aumento dei casi di ADHD e risposta al problema
Isolamento fisico e psicologico dei bambini
1.Aumento della velocità, switching e filtering
Secondo Robert Colville, siamo in un’epoca di grande accelerazione dove non è soltanto la tecnologia a diventare sempre più veloce, ma anche il nostro stile di vita, il modo in cui ci muoviamo nello spazio, le mode, etc. Questa tendenza, iniziata ormai decine di anni fa, ha incontrato così poca resistenza perché alimenta un’illusione collettiva che ci fa perdere di vista i nostri limiti fisiologici in quanto esseri umani.
Dato il presupposto che il cervello umano non è in grado di elaborare più di un processo cognitivo alla volta, nell’attuale epoca accelerata si è preferito negare questo limite e costruire intorno ad esso la narrazione secondo la quale saremmo in grado di prestare attenzione a più cose contemporaneamente: il mito del multitasking. Quando le persone pensano di stare facendo multitasking, in realtà stanno soltanto saltando rapidamente da un’attività all’altra senza concluderne nessuna e lasciando anzi molteplici “cerchi aperti” che hanno un notevole peso cognitivo sulla nostra mente. Questo switching o passaggio rapido ci costringe a cambiare e riconfigurare rapidamente il nostro cervello momento dopo momento, compito dopo compito, e ciò ha un costo in termini di tempo e di energie dissipate: a prima vista sembra di impiegare meno tempo, ma in realtà le prestazioni si riducono e l’azione stessa diventa più lenta, frammentata e suscettibile di errore.
Un’ulteriore tendenza che riscontriamo oggi riguarda il fatto che il compito di filtering svolto normalmente dalla nostra corteccia prefrontale è complicato dai troppi stimoli e dall’eccessivo rumore di fondo a cui è sottoposta. Il compito di questa parte del nostro cervello è quello di respingere gli stimoli in eccesso in modo da potersi concentrare su un pensiero per volta, sui processi cognitivi che contano davvero per il raggiungimento dei nostri obiettivi. Tuttavia, immersi come siamo nell’abitudine alla distrazione facile e immediata, la corteccia prefrontale non solo deve giostrarsi tra le varie attività, ma deve anche filtrare un numero sempre più elevato di stimoli e questo la porta a stancarsi di più, tanto da non riuscire a svolgere questo ruolo di selezionatore con l’abituale efficacia.
2. Paralisi degli stati di flusso
Lo studioso ungherese Mihály Csíkszentmihályi, osservando gli artisti al lavoro, notò come essi fossero spesso disinteressati ai risultati finali o al successo che avrebbero potuto ottenere. Quello che li portava a impegnarsi a fondo e a mettere il cuore nella pittura era il processo stesso del dipingere e, in particolare, lo stato di flusso in cui inevitabilmente entravano ogni volta che erano così coinvolti e concentrati nell’attività artistica da perdere il senso del tempo e da non sentire nemmeno la fatica.
Nella società odierna, caratterizzata da stimoli superficiali e da una concentrazione frammentata su molteplici elementi allo stesso tempo, la prospettiva di Csíkszentmihályi appare anacronistica e irraggiungibile. Eppure, entrare nel flusso si riesce e, anzi, può condurre a grandi soddisfazioni professionali. Per farlo, però, non è sufficiente eliminare le distrazioni, ma occorre anche colmare quel vuoto sostituendole con un obiettivo chiaro da perseguire e scegliendo un’attività che sentiamo particolarmente significativa per la nostra realizzazione personale e/o lavorativa. In altre parole, significa dedicarsi a quel “lavoro profondo” (cit. Cal Newport, “Deep Work”) così distante dal continuo multitasking che sperimentiamo negli ambienti lavorativi più frenetici.
3. Perdita della capacità di lettura prolungata
Un esempio di stato di flusso di cui tutti almeno una volta nella vita abbiamo fatto esperienza è la lettura di un libro. In particolare, i libri cartacei consentono una lettura di tipo lineare, dove l’occhio scorre sulla riga senza saltare neanche una parola perché tutte hanno la stessa importanza, e dove ci si concentra sulla stessa attività per un periodo di tempo prolungato. Questo tipo di lettura si differenzia da quella che effettuiamo quando leggiamo su uno schermo (nello specifico su pagine interattive come i siti web o i social) in modo frammentato, scorrendo rapidamente il testo per estrarre soltanto le informazioni più importanti o di cui abbiamo bisogno in un determinato momento. Oggi il numero di informazioni fruite tramite schermo è nettamente superiore a quelle di cui veniamo a conoscenza leggendole in modo lineare, e questo ha un impatto sul modo in cui viviamo e ci approcciamo all’attività della lettura: l’abitudine di fruire di contenuti multimediali, frammentati e accessibili anche in termini di impaginazione ci disabitua alla lettura profonda e prolungata richiesta invece dal testo scritto.
4. Esaurimento fisico e mentale
Oggi un numero crescente di persone accusa stanchezza e difficoltà a prendere sonno, e non è un caso che dormire un numero insufficiente di ore impatti negativamente sulla nostra capacità di prestare attenzione, di concentrarci e di ricordare le informazioni. Secondo la National Sleep Foundation, nell’ultimo secolo le persone hanno dormito in media 20% in meno rispetto al periodo precedente.
Ma perché si dorme di meno? Sicuramente le luci artificiali, che creano ambienti perennemente illuminati anche quando fuori è buio, ci rendono difficile sintonizzare il nostro ritmo circadiano con i ritmi della natura. Ma anche le distrazioni digitali costanti a cui siamo sottoposti e i ritmi frenetici delle nostre vite ci portano a restare svegli più a lungo: ecco che la notte diventa l’unico momento da dedicare a noi stessi (si parla in questo caso di “revenge bedtime procrastination”). È come se la società facesse di tutto per impedirci di dormire bene, perché il sonno rappresenta un grosso problema per il consumismo: se si dorme non si produce e non si consuma, il sonno è come un blocco di tempo morto da ridurre sempre di più. Ne parla in modo approfondito la YouTuber Ashley Embers nel video “They are stealing our sleep and getting rich from it".
5. Riduzione e scomparsa del mind wandering
Il mind wandering può essere definito come una forma di attenzione diversa da quella focalizzata, che ci permette di occuparci in modo esclusivo di qualcosa nel contesto che ci circonda, ma altrettanto importante e necessaria. Traducibile come “vagabondaggio mentale” o “vagare con la mente”, facciamo esperienza di questa condizione quando non ci concentriamo su nulla di particolare e riusciamo così a pensare in modo differente. Fare mind wandering ci permette infatti di:
Dare un senso a ciò che ci succede, fissando obiettivi a lungo termine e prendendo decisioni ponderate;
Stabilire nuovi collegamenti tra le informazioni e gli eventi;
Riflettere sul passato e prepararci agli avvenimenti futuri anticipandoli.
Nonostante gli indubbi vantaggi che esso comporta sulla nostra capacità di riflessione, la cultura della distrazione in cui siamo immersi ci allontana sempre di più sia dal vagabondaggio mentale sia dall’attenzione focalizzata, abituandoci piuttosto a uno scorrimento incessante di input e a un rumore di fondo totalizzante senza il quale ci sentiamo persi.
6. Tecnologia che ci manipola
Il coinvolgimento, ossia il tempo che un utente passa su un determinato sito web, è al centro del modello di business delle Big Tech e può essere ottenuto e massimizzato in vari modi: con lo scorrimento infinito, con la personalizzazione dell’esperienza di navigazione attraverso la creazione di un profilo utente, o ancora con il bias della negatività che ci porta a fruire soprattutto di contenuti che suscitano rabbia o emozioni spiacevoli.
La maggioranza dei siti web e delle applicazioni sono costruiti in modo da assorbire la nostra attenzione, ad esempio tramite la distrazione costituita dalle notifiche o il meccanismo psicologico dei rinforzi frequenti, contribuendo così a deteriorare la capacità di concentrazione.
7. Ottimismo crudele
Molto spesso la soluzione ai problemi dell’attenzione, così come ad altre sfide causate dai grandi cambiamenti sociali in atto (ad es. l’obesità, le dipendenze, etc.), viene fatta ricadere sulle spalle dei singoli individui affermando che questi sarebbero facilmente risolvibili applicando un maggiore autocontrollo. La responsabilità della crisi dell’attenzione sarebbe quindi individuale e non collettiva, come afferma Nir Eyal nel libro “Come diventare indistraibili” e come sostengono anche le maggiori aziende tecnologiche.
Si tratta tuttavia di un approccio falsamente ottimista perché offre soluzioni semplicistiche e personalistiche a problemi strutturali, e perciò spesso destinate a fallire. Tale ottimismo è inoltre crudele perché il fatto che il singolo sia ritenuto il solo responsabile della situazione può portare a una colpevolizzazione della vittima qualora fallisca nel suo intento.
8. Aumento dello stress
Contrariamente a quanto si pensa, non è direttamente il telefono a ridurre la nostra soglia di attenzione, quanto piuttosto la sensazione costante di stress che respiriamo sul lavoro e nella società, derivante da uno stile di vita accelerato che, a sua volta, ci porta a sviluppare una relazione disfunzionale con i dispositivi e, in generale, con il web.
9. Peggioramento dello stile di vita: alimentazione scorretta e inquinamento
Il cibo iper-processato e privo di nutrienti essenziali è dannoso non solo per il fisico, ma anche per il corretto funzionamento del cervello. Altresì l’inquinamento atmosferico delle nostre città trafficate è nocivo per via delle sostanze tossiche che respiriamo e, nel lungo termine, può danneggiare le cellule nervose e i neuroni.
10. Aumento dei casi di ADHD e risposta al problema
Relativamente all’ADHD e ad altri problemi di attenzione nei bambini, esistono due posizioni diverse: da un lato, c’è chi sostiene che queste difficoltà abbiano un’origine biologica e vadano risolte con l’assunzione di farmaci; dall’altro lato, vi è una visione contrastante che supporta invece l’idea di un aiuto psicologico più che medicalizzato.
Certo è che l’aumento del numero di diagnosi di ADHD nei più piccoli ha coinciso con il verificarsi di cambiamenti significativi nel loro stile di vita: ad esempio, si ritiene che crescere in un contesto famigliare caotico e stressante possa favorire lo sviluppo di problemi dell’attenzione. Il fulcro, come al solito, è capire il perché essi si verifichino. A prescindere dall’approccio scelto, la diagnosi non è che il primo passo di un lungo percorso.
11. Isolamento fisico e psicologico dei bambini
Negli ultimi trent’anni, il modo di vivere l’infanzia è stato caratterizzato da profondi cambiamenti, primo tra tutti la riduzione o addirittura la scomparsa del gioco libero e non supervisionato all’aperto. La celebre pedagogista italiana Maria Montessori sosteneva che il gioco libero fosse fondamentale per i bambini perché:
Permette loro di stimolare la creatività, l’immaginazione, la risoluzione dei problemi, nonché ad accrescere le loro competenze sociali di interazione e negoziazione.
Insegna a capire i bisogni e i desideri degli altri.
Consente loro di imparare ad affrontare la delusione e la frustrazione.
Influenza positivamente la vitalità e la capacità di provare gioia e piacere in ciò che si fa.
Nonostante gli indubbi vantaggi, oggi i bambini giocano sempre meno e, quando lo fanno, questo avviene sotto la supervisione di adulti che dettano le regole, impedendo loro di sperimentare le difficoltà e di imparare a fare da sé. Questa tendenza rischia di formare persone che, un domani, non si sentiranno in grado di agire in autonomia, di provare e sbagliare, di apprendere dall’errore. Bambini di oggi e adulti di domani incapaci di capire quali sono le loro motivazioni intrinseche perché è impossibile dare un senso alla vita e alle emozioni quando non si ha il tempo di riflettere, annoiarsi e sviluppare la creatività in autonomia.
Foto di Steven Wright su Unsplash
C’è una soluzione?
Dopo questo excursus sulle principali cause della crisi dell’attenzione nella società odierna, Johann Hari propone un modello alternativo a quello della crescita economia indiscriminata: l’economia dello stato stazionario. Secondo il suo punto di vista, infatti, lo sviluppo economico che costituisce il principio fondativo e organizzativo del mondo occidentale si basa sull’aumento dei consumi e sul convincimento di chi detiene il potere d’acquisto a consumare sempre di più, anche attraverso bisogni indotti dalla pubblicità e dalle tendenze di mercato. Tuttavia, la necessità di crescita economica guida molte delle cause della scarsa attenzione: lo stress, orari di lavoro sempre più lunghi, tecnologie sempre più invasive, etc.
L’alternativa, secondo l’autore, è andare oltre questo concetto di crescita, ormai da tempo identificato come non perseguibile nel lungo termine e non sostenibile, e favorire piuttosto una ridefinizione di ciò che normalmente si intende con “benessere”: non la ricerca di ricchezze sempre maggiori, bensì uno stile di vita e un modello economico che non assorba tutte le risorse e non impatti negativamente sulla nostra capacità di prestare attenzione. Così facendo, sarà sempre possibile volgere lo sguardo verso la luce del giorno, ossia quella forma essenziale di concentrazione che ci permette di riflettere e pensare lucidamente, e di sapere in ogni momento quali sono i nostri obiettivi di lungo termine e la direzione che intendiamo dare alla nostra vita.
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